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17 Dicembre 2018

9 Tn Uk 93 Ds Qs Vendita 95 Air 97 98 Max 90 Nike Deluxe Bnib Og rCsQxthBdoRedazione

Fra i credenti più consapevoli non ci sono particolari entusiasmi per la nuova Chiesa autocefala, ma si avverte una più matura consapevolezza di dover cominciare in prima persona a costruire la comunità cristiana.

«…E Ti preoccupi perché non vengano sbarrate tutte le vie che portano al bene». Questa frase della Preghiera di Solženicyn mi è stata sottolineata pochi giorni fa da un’amica russa come la «risposta all’interrogativo fondamentale di questi ultimi tempi». Tempi tristi, perché – come ha scritto il biblista Andrej Desnickij commentando il «Concilio di unificazione» svoltosi sabato 15 dicembre a Kiev – : «Che tristezza, che alla vigilia di Natale siamo travolti da una valanga di notizie sulla Chiesa, e che Cristo non si veda da nessuna parte. Si vede Erode, i suoi soldati con le spade, ci sono i magi con i doni, la grotta con le bestie – c’è tutto… Ma Cristo non si vede. Che tristezza».

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Lo sgomento dei fedeli ortodossi, russi e ucraini, si misura dai commenti che appaiono sui social e negli scambi di messaggi. Da un pezzo tutti hanno smesso di sposare l’uno o l’altro partito, ovunque si sente la nostalgia di un cristianesimo autentico, che ritorni alle sua radici, e l’amara consapevolezza, espressa ad esempio da padre Andrej Kordočkin, che stiamo assistendo a uno «spettacolo da circo» che ricorda una pagina tremenda del passato sovietico, lo scisma degli «innovatori», quando «il governo sovietico cercò a scapito della Chiesa patriarcale di creare una propria struttura, assolutamente leale nei confronti del potere». Ma, continua Kordočkin, il progetto «si affossò, e dopo un po’ di tempo si affossò anche il potere sovietico. La Chiesa, invece, continua a restare in piedi».

All’ordine del giorno del «Concilio di unificazione», convocato nella storica chiesa di Santa Sofia, c’erano l’approvazione della nuova Chiesa ortodossa autocefala ucraina e l’elezione del suo primate, che è stato designato nella persona del trentanovenne metropolita Epifanij Dumenko; a lui spetterà di recarsi il 6 gennaio prossimo a Istanbul dal patriarca Bartolomeo a ricevere il tomos e lo statuto dell’autocefalia. Al Concilio sono stati invitati i vescovi di tutte e tre le comunità ortodosse riconosciute da Costantinopoli – sia le due che erano «non canoniche», vale a dire il «Patriarcato di Kiev» e la Chiesa che si definiva autocefala, sia la Chiesa fedele a Mosca, che resta per ora quella maggioritaria nel paese ma si trova ad affrontare l’ostracismo delle autorità civili (come ha fatto presente in toni drammatici il patriarca Kirill in una lettera diramata «urbi et orbi» – al Papa, ai leader cristiani di tutto il mondo, all’ONU, ai governanti di Francia e Germania). Mentre le prime due comunità hanno partecipato all’unanimità al Concilio con i rispettivi 40 e 12 vescovi, la terza ha rifiutato di aderirvi in qualunque modo; solo due vescovi su 96 (i metropoliti Aleksandr di Perejaslav-Chmel’nickij e Simeon di Vinnica) hanno «saltato il fosso» passando dalla parte della nuova Chiesa autocefala. E mentre Mosca non ha mancato di scagliare l’anatema su entrambi, si è già assistito a Vinnica a un grave episodio di violenza, in una parrocchia ribellatasi alla decisione del metropolita Simeon: al presule è stato fatto a pezzi il pastorale, mentre un sacerdote ha riportato una commozione cerebrale a causa delle percosse.

Del resto, l’assise del 15 dicembre non è che il culmine di un conflitto senza esclusione di colpi tra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli, che ha subito un’accelerazione sempre più frenetica da settembre. Da subito la Chiesa ortodossa russa ha assunto posizioni di intransigenza, ratificate dal suo Sinodo che il 15 ottobre ha decretato la rottura della comunione eucaristica con il patriarcato ecumenico; dal canto suo Costantinopoli ha avviato un processo di accentramento dei propri «territori canonici», a cominciare dall’arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale che fino al 27 novembre aveva lo status di esarcato e ora dovrebbe venire semplicemente assorbito nelle rispettive diocesi del patriarcato. Una decisione, quest’ultima, presa senza alcuna previa consultazione della gerarchia dell’arcivescovato, che ha gettato nell’incertezza e nello sconforto le comunità ortodosse locali, rischiando di distruggere una tradizione che vanta personalità come madre Marija Skobcova, padre Sergij Bulgakov, Nikita Struve.

È un dato di fatto che gli scenari e lo sviluppo del processo che ci ha condotto fin qui sembrano aver dato il colpo di grazia alle speranze che il progetto dell’autocefalia aveva inizialmente suscitato – almeno in parte dei fedeli e del clero in Ucraina – di poter sanare lo scisma che travaglia l’ortodossia locale da quasi trent’anni. Quello che doveva essere un gesto di ricomposizione dello scisma esistente ha ingenerato in realtà un nuovo scisma, probabilmente più grave del precedente, e ha condotto a una grave strumentalizzazione politica della nuova struttura ecclesiastica, com’è apparso evidente dal discorso del presidente Porošenko al termine dell’assise: «Una Chiesa senza Putin, una Chiesa senza Kirill, una Chiesa che segna la definitiva indipendenza dell’Ucraina dalla Russia».
Come ha scritto Sergej Čapnin: «Ho ascoltato il discorso di Porošenko dopo il concilio. Un discorso mostruoso. Su Cristo neanche una parola, in compenso “addio Russia puzzona” e via di questo passo. Non si è riusciti a fare dell’autocefalia un evento autenticamente ecclesiale, è finito irreparabilmente tutto in un processo puramente politico. L’intervento di Porošenko è il manifesto della nuova religione politica ucraina. Che pena». «Eppure – fa notare ancora Čapnin – una Chiesa autocefala resta “parte” della Chiesa universale. E per quanto Porošenko possa odiare sia Putin che il patriarca Kirill, continuerà a restare insieme a loro all’interno dell’unica Chiesa fino a quando continuerà a definirsi cristiano ortodosso e non sarà scomunicato. Anzi, il metropolita Epifanij avrà l’“obbligo” di commemorare il patriarca Kirill durante ogni celebrazione liturgica». Insomma, si ha la sensazione di un gigantesco equivoco creatosi tra la «religione civica ucraina», di cui Porošenko nel discorso di 22 minuti pronunciato davanti alla piazza gremita al termine del Concilio ha tracciato un «magnifico manifesto», e un reale processo di maturazione dell’autocefalia della Chiesa…

Sarebbe sbagliato, tuttavia, parlare solo di sconcerto e di scetticismo ingenerati dagli avvenimenti ecclesiastici di questi ultimi mesi. Il travaglio vissuto dalle comunità ortodosse ucraine è stato anche un’occasione per vagliare la propria fede e chiedersi come camminare verso l’unità. Domenica 16 dicembre, all’indomani del «Concilio di unificazione», in una chiesa ortodossa di Kiev un sacerdote ha parlato, in predica, degli effetti del terremoto, che «distrugge e devasta le costruzioni umane, ma lascia vedere in profondità il magma della natura primigenia». A questo magma, cioè alla «natura infuocata del cristianesimo, oggi siamo chiamati a tornare» – ha proseguito il predicatore – nella consapevolezza della «precarietà delle costruzioni umane, delle strutture che gli uomini si danno anche in ambito ecclesiastico». Per questo – ha concluso il sacerdote – oggi dobbiamo lavorare indefessamente per costruire «comunità di fede, comunità cristiane che siano irriducibili a pure strutture formali».
Non è raro sentir commemorare in questi ultimi mesi in Ucraina, durante la liturgia, il patriarca Bartolomeo insieme al metropolita Onufrij (capo della Chiesa ucraina dipendente da Mosca), e da domenica a questi due nomi si è aggiunto anche quello del nuovo primate della Chiesa autocefala, Epifanij: così rispondono alla divisione varie parrocchie della «Chiesa canonica» di Mosca, in totale contraddizione – sembrerebbe – con le direttive che giungono dal patriarcato da cui dipendono, ma esprimendo in questo modo tutta l’urgenza di unità che non si lascia scoraggiare dall’attuale crisi dei vertici.
Fra i credenti più consapevoli non ci sono particolari entusiasmi per la nuova Chiesa autocefala e neppure per il nuovo primate, la cui scelta rispecchia gli interessi dell’ex-patriarca Filaret Denisenko e del suo entourage, ma si avverte una più matura consapevolezza di dover cominciare in prima persona a costruire la comunità cristiana, assumendosi i rischi di un coraggioso controcorrente rispetto alla tendenza nazionalista ad oltranza in cui è nata la nuova struttura ecclesiastica.

Forse solo ora, sullo sfondo di questo ulteriore, drammatico snodo, si comincia a capire il valore del messaggio augurale inviato da papa Francesco al patriarca Bartolomeo per la festa di sant’Andrea, il 30 novembre scorso, che al momento mi era sembrato «sproporzionato» rispetto al contesto attuale: «La ricerca del ripristino della piena comunione è in primo luogo una risposta alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, che alla vigilia della sua Passione ha pregato perché i suoi discepoli “siano una sola cosa” (Gv 17, 21). Uniti diamo una risposta più efficace ai bisogni di tanti uomini e donne del nostro tempo, specialmente a coloro che soffrono a causa della povertà, della fame, della malattia e della guerra… In un mondo ferito dal conflitto, l’unità dei cristiani è un segno di speranza che deve irradiarsi in modo sempre più visibile. Tenendo presente ciò, l’assicuro anche, Santità, della mia preghiera perché Dio, fonte di riconciliazione e di pace, conceda a noi cristiani di essere “tutti concordi, compassionevoli, pieni di amor fraterno” (1 Pt 3, 8). Siamo stati chiamati a questo da Dio “per avere in eredità la benedizione” (1 Pt 3, 9)».
Il riproporre la verità in tutta la sua pienezza, senza la preoccupazione di adattarla al metro di se stessi o degli altri, è una professione di fede che siamo chiamati a fare, giorno per giorno, nella Chiesa che resta, mentre gli scismi passano. E questo coincide con il cooperare «perché non vengano sbarrate tutte le vie che portano al bene».

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